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Il '900 si apri quindi con le società minerarie sarde in ottima salute, ed intente ad modernizzarsi ulteriormente.
A Monteponi, ad esempio, si diede inizio alla produzione sperimentale di zinco metallico, e si avvio un reparto per la produzione di bianco di zinco, componente molto richiesto dal mercato delle vernici, inoltre si iniziò a produrre mercurio ottenendolo dal trattamento dei fumi ella fonderia di piombo.
A Montevecchio dove la produzione raggiunse le 15.000 tonnellate annue di galena con tenore in piombo del 70%, pari a circa un terzo dell' intera produzione italiana, proseguirono i lavori di ampliamento dei cantieri e si costruì una nuova laveria a Piccalinna.
Con l'inizio della 1^ guerra mondiale, i mercati europei a cui era destinata la maggior parte dello zinco e del piombo prodotto in Sardegna subirono una contrazione, e ben presto per le industrie minerarie isolane vi furono le prime difficoltà.
Tali difficoltà furono destinate comunque ad essere superate in breve tempo grazie alla forte richiesta di materie prime per gli armamenti bellici, che diedero ulteriore impulso al processo di crescita dell'industria mineraria soprattutto nel versante degli impianti di trattamento come testimoniato dalla realizzazione a Monteponi dell'impianto per la produzione in larga scala di bianco di zinco, impianto che entro in produzione nel 1915.
Con la fine della guerra si ebbe per le industrie minerarie sarde un ulteriore sviluppo, sia nelle ricerche di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili, sia nella costruzione di nuovi impianti come per esempio la costruzione (nel 1924) dell'impianto di stoccaggio e di carico dei minerali sui bastimenti di Porto Flavia, una delle più ardite opere dell'ingegneria mineraria sarda.
Mentre anche nuovi impianti di arricchimento venivano costruiti e messi in funzione a Pireddu, a Su Zurfuru e a Narcao, veniva ampliata ed ammodernata la laveria di Naracauli, mentre a Monteponi nel 1925 veniva messo in funzione l'i mpianto per lo zinco elettrolitico, e per la produzione di acido solforico.
Nello stesso anno la Montevecchio acquistò le miniere di Malfidano, Bacu Abis, S'Acqua Bona e la miniera di antimonio di Su Suergiu. Nel 1929 malgrado la crisi che attanagliava l'industria mondiale la Montevecchio decise assieme alla Monteponi di costruire una grande fonderia di piombo a San Gavino, costituendo allo scopo la società Italiana del Piombo.
La crisi falcidiò numerose piccole società minerarie, tanto che la produzione si ridusse del 70% per il piombo e del 40% per lo zinco, anche se va ricordato che a Monteponi si produssero le prime tonnellate di cadmio.
Il 1933 poi fu un anno triste per l'industria mineraria Sarda a causa del fallimento di una delle più gloriose società minerarie sarde, la Montevecchio, che venne acquisita dalla Montecatini e dalla Monteponi. La nuova società rinvigorì la miniera ristrutturando i cantieri e potenziandoli, intanto a Monteponi furono iniziati i lavori per l'impianto di eduzione al livello -60, ed a Buggerru fu costruita una nuova laveria che entrerà in marcia nel 1935.
L'anno successivo furono riammodernati gli impianti di Montevecchio e fu completato l'impianto di -60 a Monteponi che consentì di coltivare le masse piombifere presenti a quella quota. Il 18 aprile 1938 venne inaugurata Carbonia, la città operaia voluta da Mussolini dotata di strutture abitative standardizzate e gerarchicamente associate, specchio sociale delle ambizioni autarchiche del regime che puntavano allo sfruttamento dei giacimenti sulcitani per rendere l'Italia autosufficiente rispetto al fabbisogno di carbone fino ad allora importato dall'estero.
Le miniere di carbone furono messe sotto il controllo dell'Azienda Carboni Italiani, la miniera più importante fu quella di Serbariu e la produzione passo dalle 70.000 tonnellate del 1935 al milione del 1940.
Le nuove architetture si uniformano allo stile più o meno ufficiale del ventennio fascista, esaltando con le tecniche moderne del cemento armato le componenti strutturali dei fabbricati produttivi e connotando secondo schemi razionali l'immagine sobria e austera degli edifici civili che proliferano in tutta l'area con nuove tipologie (dopolavoro o casa del fascio, mensa e spaccio operai, alberghi per operai scapoli, etc.).
I segni sul paesaggio della attività mineraria cominciano ad essere sempre più vistosi, in conseguenza degli scavi a cielo aperto, dei pozzi, e degli enormi accumuli di materiale sterile risultato degli scarti della lavorazione dei minerali in laveria.
Tali depositi, a ridosso delle laverie principali, si andranno a stratificare nei fondovalle secondo una sequenza di abbancamenti e accumuli sovrapponendosi alla vegetazione presente, con conseguenze gravi non solo per la vegetazione circostante ma per l'equilibrio del sistema idrogeologico, già compromesso dai problemi connessi con l'eduzione delle acque in sotterraneo delle gallerie.
L'esplosione della 2^ guerra mondiale portò ad un drastico ridimensionamento dell'attività estrattiva, soprattutto per la mancanza della mano d'opera e di combustibile necessario per far il funzionamento dei macchinari.
Dopo la fine del conflitto l'attività nelle miniere riprese lentamente il ritmo normale, tanto che le miniere metallifere sarde contribuirono significativamente alla ricostruzione del paese, fornendo buona parte del fabbisogno metallifero dell'Italia con livelli di produzione che toccarono vertici mai raggiunti fino ad allora, grazie anche alle innovazioni nei metodi di coltivazione e di trasporto. (è di questo periodo a Montevecchio la ideazione e sperimeTntazione del treno di sgombero veloce e della piccola “autopala Montevecchio” poi brevettata e costruita in serie dall'Atlas-Copco che la diffuse in tutto il mondo).
Anche il settore carbonifero continuo a mantenere alto il livello della sua produttività, anche se la forte meccanizzazione delle miniere, e la politica governativa, che puntò principalmente sull'energia prodotta dal petrolio, portò nel giro di un decennio ala perdita di circa 10.000 posti di lavoro.
Nella seconda metà degli anni 50, si ebbe una flessione del prezzo dei metalli che mise in gravi difficoltà le società sarde, non preparate ad affrontare la crisi e costrette inoltre a coltivare giacimenti poco remunerativi.
Questa crisi porto alla fusione, nel 1961, tra la Monteponi e la Montevecchio, mentre nel 1962 nella miniera di Monteponi fu chiuso l'impianto del bianco di zinco, e fu anche fermato lo stabilimento di zinco elettrolitico per cercare di adeguarlo al trattamento dei minerali poveri recuperati dalle vecchie discariche.
Nel 1965 la Pertusola inizio la chiusura della miniera di Ingurtosu e nel 1969 abbandono l'attività trasferendo tutte le miniere di sua proprietà; Arenas, Malfidano, Su Zurfuru, San Giovanni alla Piombo Zincifera Sarda, Società dell'Ente Minerario Sardo.
Intanto continuava il lento declino anche del settore carbonifero, tanto che agli inizi degli anni '70 l'unica miniera ancora in attività era quella di Seruci.
Nel 1977 la Regione Sarda tento il rilancio del settore fondando la Carbosulcis che rilevò le miniere dell'ENEL, favorendo in tal modo la riapertura della miniera di Nuraxi Figus e la ristrutturazione del settore, ma purtroppo non si raggiunse nessun risultato significativo, tanto che ad oggi il futuro del bacino carbonifero e dei suoi oltre 1000 addetti è ancora incerto.
Nel settore metallifero agli inizi degli anni 80 si cerco il rilancio dell'attività mettendo sotto il controllo dell'ENI la gestione delle miniere, soppiantando cosi i gruppi privati, senza tuttavia pervenire a nessun miglioramento significativo, tanto che l'agonia delle miniere non ebbe arresto.
L'ENI tentò il rilancio del settore razionalizzando le attività, chiudendo i cantieri non più produttivi e cercando di migliorare l'economicità e la produttività dei pochi rimasti in attività, ad esempio con la costruzione di rampe discenderie in sostituzione dei pozzi di estrazione, la realizzazione di nuovi impianti di eduzione, l'introduzione dei macchinari diesel all'interno, la ricerca di nuovi e più redditizi metodi di coltivazione e tra queste opere sicuramente la più grandiosa fu la realizzazione dell'impianto di eduzione di -200 sotto il livello del mare che, almeno nelle intenzioni avrebbe dovuto permettere lo sfruttamento dei giacimenti più profondi, e rilanciare l'attività estrattiva.
Tutto ciò si rivelò inutile e nel 1990 l'ENI rinuncia alle concessioni, e nel febbraio dello stesso anno si costituisce Tra la Regione Sardegna e l'Ente Minerario Sardo la “Società Miniere Iglesiente” che ebbe l'incarico di gestire la fase terminale delle miniere e la loro definitiva dismissione.
Ultimo atto fu la chiusura nel 1997 dell'impianto di eduzione di “-200” della miniera di Monteponi segnando cosi la fine di un avventura iniziata più di 5000 anni fa.
L'impianto di Porto Flavia
La costruzione del centro di Carbonia
Depositi di inerti nel cantiere di Levante a Monteponi
La famosa autopala ideata a Montevecchio e diffusa in tutto il mondo