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Con il termine "Architettura del lavoro" si intende in generale l'insieme di edifici e manufatti di varia natura la cui destinazione d'uso attiene sia alle funzioni produttive dell'attività mineraria in senso stretto quali la coltivazione, l'estrazione, il trattamento, l'arricchimento, che alle funzioni di supporto logistico alla produzione.
Il presente modulo tratta in tre distinti paragrafi i pozzi di estrazione, le laverie per il trattamento e arricchimento dei minerali estratti, gli edifici destinati alle varie funzioni di servizio all'attività produttiva.
I pozzi, considerati nella parte fuori terra come un complesso che comprende il castello di estrazione ed i fabbricati dei macchinari, costituiscono generalmente, assieme alle laverie, elementi invarianti e segnali riconoscibili del paesaggio minerario, rappresentando i primi la parte emersa di un complesso sistema sotterraneo di gallerie a vari livelli per la coltivazione del minerale non visibili dall'esterno, le seconde quegli edifici addossati in genere a dei pendii naturali a valle dei quali sono accumulati enormi quantità di fanghi sedimentati, risultato degli scarti della lavorazione dei minerali estratti.
Attorno questi due elementi "invarianti" del cantiere minerario, si dispongono in genere una serie di fabbricati strumentali all'attività produttiva che sono il risultato del progresso tecnologico e dell'industrializzazione del lavoro minerario a seguito dell'evoluzione delle fonti di energia, della progressiva meccanizzazione del lavoro e dei sistemi di trasporto.
Fanno parte di questa categoria:
Le architetture legate alla produzione evolvono, nell'arco di tempo compreso fra il 1860 ed il 1960 circa, nella stessa direzione delle architetture civili presenti all'interno degli stessi cantieri.
Le realizzazioni più significative coincidono ovviamente con il consolidarsi degli insediamenti produttivi in corrispondenza dei giacimenti più grossi in cui si concentrano gli sforzi e i capitali delle società principali, attorno ai quali prolifera tutta una serie di cantieri minori.
In generale possiamo considerare una fase iniziale, precedente al 1860, in cui le architetture produttive hanno connotazioni legate alla strumentalità della loro funzione e all'incertezza della consistenza dei giacimenti da sfruttare.
Si tratta di pozzi a struttura prevalentemente lignea, ricoveri per le rudimentali operazioni di cernita e trattamento a mano dei minerali che si configurano come spazi aperti in parte coperti da una tettoia a struttura lignea presenti anche a fianco dei forni di calcinazione realizzati in mattoni molti dei quali ancora sopravvivono nelle loro forme originarie a Buggerru, San Giovanni in miniera e Campo Pisano.
Una seconda fase è quella legata allo sfruttamento continuativo dei giacimenti principali ed al consolidarsi delle società di capitali che sanciscono le realtà di Montevecchio, Monteponi, Malfidano a Buggerru, Ingurtosu, e una serie di innumerevoli cantieri sparsi in tutto il bacino sulcitano (Acquaresi, Masua, Su Zurfuru a Fluminimaggiore, San Benedetto, Seddas Moddizzis fra Gonnesa e Iglesias, Rosas a Narcao, e le miniere di carbone attorno a Carbonia).
La presenza di azionisti e tecnici provenienti dalla nord Italia e dai paesi d'oltralpe favorisce l' innesto delle tematiche legate all'Eclettismo ottocentesco che succede al neoclassicismo rievocando il lessico della tradizione medioevale in una pluralità di linguaggi e correnti che se nel resto dell'Europa si interrompe nei primissimi anni del '900 lasciando spazio all'Art-Nouveau e subito dopo al proto-razionalismo moderno, in ambito minerario, così come nel resto della Sardegna, si protrae fino a ridosso degli anni '40.
L'innesto di tali correnti nella cultura tecnica e materiale locale fatta di pietre locali, mattoni e legno diede vita a realizzazioni che ancora oggi nonostante l'abbandono sfidano il tempo dove le architetture della produzione sono uniformate alle architetture civili esattamente in linea con ciò che accadeva nello stesso periodo nelle fabbriche manifatturiere ottocentesche del resto dell'Italia.
Il periodo successivo, è quello del ventennio Fascista, e l'influsso delle tematiche razionaliste filtrate dal regime arriva a diffondersi solo alla fine degli anni trenta, spesso convivendo con le tardive realizzazioni neomedioevali.
Tale diversità di stile è associata a tecniche costruttive già moderne basate sull' impiego del cemento armato per la realizzazione di strutture che connotano alcuni edifici produttivi come i castelli dei pozzi e laverie in maniera chiaramente diversa rispetto agli edifici civili.
Il periodo coincide con il proliferare di una serie di manufatti destinati alle funzioni di supporto dell'attività produttiva, come le centrali di distribuzione e trasformazione dell'energia elettrica, i fabbricati per la produzione dell'aria compressa, e tanti altri fabbricati destinati ad attività specialistiche.
L' ultima fase è quella che dagli anni '50 prolunga per altri 20 anni la storia delle miniere fino alla progressiva chiusura e che si caratterizza per l'alto contenuto tecnico delle architetture che si connotano come strutture e contenitori di impianti svuotati di quei valori di rappresentatività che in passato le avevano contraddistinte.
I castelli dei pozzi sono realizzati esclusivamente in profilati di acciaio, i pochi impianti nuovi, come la laveria di Campo Pisano o l'impianto Sink and Float ubicato a monte della laveria Principe Tommaso, entrambi degli anni '60, sono realizzati con sistemi prefabbricati al pari degli impianti della recente industria chimica e metallurgica, con il progressivo spostamento delle attività dall'estrazione e trattamento verso le attività di manutenzione e controllo.
Se le architetture civili come le abitazioni in particolare, hanno avuto in alcuni casi una continuità d'uso che ancora in alcuni contesti è tuttora presente, la gran parte delle architetture della produzione è segnata dall'abbandono che ha seguito la cessazione delle attività.
I diversi cantieri minerari delle aree in esame mostrano i segni delle stratificazioni delle diverse tipologie di edifici poiché anche in passato le ragioni economiche motivavano la realizzazione di un nuovo impianto e l'abbandono del vecchio, come testimonia il caso delle vecchie laverie idrogravimetriche Sanna e Lamarmora a Montevecchio e delle laverie di Campo Pisano, di Monte Onixeddu e tante altre molte delle quali nascoste dalla vegetazione.
Pozzo Gal
L'ospedale di Ingurtosu
Scuola elementare a San Benedetto (Iglesias)
Pozzo San Giorgio (Iglesias)
Pozzo San Giorgio (Iglesias) e Pozzo Baueddu (Malacalzetta) sono due esempi contrastanti di sintesi nella pratica costruttiva