Scheda riassuntiva monumento
|
| Tipologia sito |
Cinta fortificata |
| Denominazione |
Mura pisane |
| Periodo di costruzione |
1200-1300 |
| Interventi |
In corso
|
| Località |
Centro storico |
| Comune |
|
Età
|
Medioevo |
| Stile architettonico |
|
| Secolo |
XIII-XIV |
Localizzazione: via Eleonora d’Arborea – via Roma – via Crispi – via Campidano
Come arrivare
I tratti più panoramici si trovano in:
Via Eleonora: nella grande scalinata visibile a sinistra di piazza Sella.
Via Roma: da piazza Sella si attraversa in direzione del Corso Matteotti (Via Nuova) e si
svolta a sinistra, procedendo dritti per via Gramsci. Si prosegue fino a terminare nell’incrocio
del Mercato Civico (alla sinistra nel marciapiede di fronte) che immette in via Roma, da cui si
proseguirà sempre dritti fino ad incontrare a destra le Scuole Elementari Femminili, di fronte all’I
stituto Minerario. All’angolo la salita di Via Crispi dove è osservabile una torre. Altri tratti di
mura si trovano a pochi passi nel Chiostro San Francesco, di fronte alla Palazzina dell’A
ssociazione Mineraria Sarda.
Via Campidano: Si percorre completamente via Roma fino all’incrocio (Porta Nuova) con via
Cattaneo (a sinistra) e via Baudi di Vesme (a destra) da cui si prosegue per la salita di viale
Buon Cammino dove in piazza Conte Ugolino (a destra) si possono già osservare alcuni tratti. Al
bivio girare a destra e proseguire sempre dritti costeggiando la panoramica di via Campidano.
Cronologia: post 1258
Autore: bottega sardo pisana
Destinazione d’uso/uso attuale: Alcune torri sono abitazioni private
Descrizione
Le mura pisane circondano la città in corrispondenza del Centro Storico e, per un perimetro
calcolabile a circa 1600 metri, ne assecondano l’andatura irregolare traendo il massimo vantaggio
dal dislivello nella complementare struttura del castello Salvaterra. Nonostante i successivi
ampliamenti dello sviluppo urbano ne abbiano inglobato parecchi tratti all’interno di abitazioni
private, le parti visitabili mantengono la caratteristica massicità delle fortificazioni militari
medioevali: una serie di facciate cieche realizzate in pietrame misto disposto in corsie
orizzontali per creare una disomogeneità che garantiva grande resistenza agli attacchi.
Intervallate da 23 torri, si potevano superare solo attraverso le quattro porte: Porta Maestra o
San Sebastiano, situata frontalmente alla strada per Castel di Castro (Cagliari); Porta Castello in
corrispondenza della chiesa di Santa Maria di Valverde; Porta Sant’Antonio o Fontana verso la
strada per Flumini Maggiore e Porta di Monte o Barlao Nuova sulla strada per Gonnesa. La merlatura
non omogenea è dovuta a risarcimenti successivi: in alcune parti i merli seguono la tipica andatura
squadrata guelfa mentre in altri si è ricostruita la “coda di rondine” ghibellina. Al di là delle
mura erano custoditi quattro quartieri: Castello (fra il colle Salvaterra e Porta), Fontana
(intorno alla Porta S. Antonio), Santa Chiara (in prossimità dell’attuale Cattedrale) e di Mezzo
(forse Sa Costera).
Notizie storiche
Urbs ipsa moenia sunt, le mura sono la città stessa dichiarava Isidoro di Siviglia ma le
origini di Villa di Chiesa sono ancora misteriose. Sappiamo solo che Ugolino della Gheradesca conte
di Donoratico quando, in seguito alla spartizione del Giudicato di Cagliari (1258), nel 1288
divenne signore del Sigerro o Cixerri diede avvio all’urbanizzazione della zona in vista dello
sfruttamento delle miniere d’argento. Probabilmente esistevano alcuni borghi nati intorno a edifici
di culto come quello nella zona dell’attuale Santuario della Madonna delle Grazie ed altri poi
rimasti esterni alla cerchia muraria: San Salvatore, Sant’Antonio abate e San Guantino in
Salvaterra. Bisogna che trascorrano circa 35 anni dalla morte di Ugolino, quando Villa di Chiesa è
ormai un libero comune affiliato direttamente alla Repubblica di Pisa, per avere una descrizione
dettagliata della città e delle sue fortificazioni. È il 1308 e la Corona di Aragona sta studiando
una strategia per rendere concreto il Regno di Sardegna e Corsica del quale era stata infeudata da
Papa Bonifacio VIII come buona uscita dalla Guerra della Vespro. Nel dispaccio le spie riferiscono
al re Giacomo II che il nucleo abitato era racchiuso da una cerchia di alte mura merlate,
intervallate da 20 torri a formare una pianta poligonale. Di fronte alla cortina di mura si trovava
una palizzata di legno, con funzione di difesa, rafforzata da un fossato pieno d’acqua che serviva
a tenere lontane truppe e macchine da guerra. Strutture in legno removibili consentivano il massimo
utilizzo delle feritoie ai dardi degli abilissimi balestrieri.
Come eventuale contromossa la Repubblica di Pisa aveva intenzione di disfare il Castello di
San Guantino in Salvaterra, abbattere mura e torri, distruggere l’antemurale ligneo e riempire i
fossati di terra. L’invasione aragonese viene concretizzata nel 1324. Dopo un assedio di oltre
sette mesi cui partecipò direttamente lo stesso Infante Alfonso, accampato nella zona di Valverde,
la città patteggiò una resa per fame. Col nome di nome catalanizzato Iglesias, divenne il primo
baluardo dell’ormai concretizzato Regno di Sardegna e Corsica dal quale, per annessioni successive,
nel 1861 si costituì il Regno d’Italia da cui derivò l’attuale Repubblica Italiana nel 1946.
La Corona di Aragona volle dare immediatamente la propria impronta alle mura e al castello:
Iglesias divenne una delle sette città regie del Regno e fra i privilegi vi era quello della
manutenzione delle mura a carico dell’amministrazione centrale, nel una costante richiesta dei
rappresentanti della città in parlamento.
Particolarmente drammatico il 1623, in cui furono finanziati interventi straordinari in
seguito al crollo causato dai nubifragi di un drammatico inverno. Maestro Scano dovette risistemare
200 canne da parete. Il problema dell’abbondanza di acqua si fa sentire anche vicino alla Porta
Sant’Antonio: probabilmente il terrapieno limitrofo strabordava. Per controllare la pressione
contro costruzione si pensa di affidare la terra circostante al sergente maggiore Gavino Tola. Il
diritto reale concesso è l’enfiteusi: poteva godere dei frutti della terra per almeno vent’anni
dietro l’obbligo di sorvegliare la pericolosissima umidità sulle mura.
Un secolo dopo sotto Casa Savoia il decadimento procede tanto che le riparazioni non bastano
e si passa all’abbatimento: si inizia con la pericolante Porta Maestra chiamata ora San Sebastiano
dalla chiesa sorta in prossimità. Nel corso dell’Ottocento l’opera dei pisani deve fare i conti con
una nuova espansione urbana dovuta alla ripresa dell’industria mineraria: nel 1833 si abbatte Porta
Monte Barlao detta Nuova perché doveva essere già stata rifatta più volte nel corso dei secoli, dal
1860 si eliminano i tratti intorno alla Porta Sant’Antonio per aprire il varco di Via Nuova (Corso
Matteotti) e permettere l’accesso alla Strada Reale (Via Garibaldi), nel 1874 si apre un varco in
via Pisani per un rapido accesso al Mercato civico. Ultima modifica nel 1928 in cui si costruì la
salita di Via Crispi.
Vigila l’ispettore circondariale Ignazio San Filippo cui si deve un acceso interesse per la
difesa di questo bene culturale dall’abbattimento selvaggio. Innumerevoli i provvedimenti di tutela
richiesti alla Soprintendenza cui denuncia la preoccupante situazione edifici privati, come ad
esempio nell’attuale via Roma, hanno assorbito abbondanti parti di mura, il tratto nord richiede
urgenti restauri e l’area davanti al Chiostro San Francesco è al centro di una disputa per la
costruzione delle Scuole Elementari Maschili.
Curiosità
Affidabili, incorruttibili, scandivano le ore del giorno e della notte: questi sono i
guardiani delle porte, fra le prime figure professionali di cui si preoccupa l’infante Alfonso dopo
aver riconfermato il Breve in città. Avere delle porte è sicuramente una rendita perché per
attraversale è necessario pagare un dazio. Nel 1327 scelse fra gli altri Pietro Garçia per di Porta
Sant’Antonio, Bernardo Parilliada a Porta Maestra e Giacomo Costa a Porta Nuova. Immancabilmente
due per porta, le sentinelle dovevano rispettare un lungo iter burocratico prima di ricevere le
agognate cinque lire al mese. Il cerimoniale partiva dal Consiglio Comunale che individuava un
acomandatori de la llista les guardies ordinaries, responsabile di raccogliere i fondi per i salari
delle guardie (648 lire solo per il 1657); reperita la somma veniva affidata al tesoriere il quale,
dopo una verifica presso il sergente maggiore dell’effettivo prestato servizio, elargiva la paga
del soldato. Aprire e tancar porte non doveva occupare neanche troppo tempo: il lavoro doveva
essere un part time a turnazioni e lasciare spazio ad una seconda attività; alcune guardie erano
contemporaneamente i tamburini e i mazzieri della città. Così non stupisce che sia un calzolaio ad
occuparsi della vigilanza; nel 1655 il Battista Bosana viene scelto per essere il coordinatore
della guardiania straordinaria che comprendeva anche gli ingressi non strettamente connessi con le
mura: la zona della chiesa di San Salvatore e quella di Valverde, la chiesa dei cappuccini. Infatti
il secolo non portò la peste solo a Renzo e Lucia in quel Como ma epidemie scoppiarono in tutto il
regno: sorvegliare le porte significa controllare il dilagare delle epidemie, segnare la differenza
fra la vita e la morte. Un’occasione d’oro per le guardie: il compenso era triplicato a 15 lire al
mese.
In quest’ottica strettamente connessa alla sorveglianza diventava l’igiene pubblica: nei
registri i notai segnano kilometri di lagnanze per lo stato in cui si erano vessavano le mura poco
dopo aver superato lo spauracchio delle malattie. Sotto le nuove insegne di casa Savoia, cui il
Regno di Sardegna passò nel 1718 con il trattato di Londra, la cinta muraria protegge soprattutto
dalla malavita, ecco che l’antico palazzo dei Donoratico cambia nuovamente abitanti: nel 1774, all’i
ndomani della soppressione dell’Ordine, i Dragoni prendono possesso del collegio della Compagnia di
Gesù. Si occuperanno dei forzati condannati a lavorare nelle rinascenti miniere fino ad allora un
po’ demodè: l’economia era diventata prevalentemente agricola. A differenza della Corona di
Aragona, che poteva contare sulle riserve di oro provenienti dalle Indie, con i principi di
Piemonte si riaccese l’interesse per l’argento iglesiente. I forzati però producevano parecchi
rifiuti: tanti da creare due problematici buchi nelle mura in prossimità di porta Nuova dove
probabilmente stanziava il cumulo di immondizia. I Dragoni, inoltre, non erano tanto graditi perché
avevano spazzolato ogni provvista di pesce e di carne della città.
Attenzione: per poter visualizzare il filmato è necessario Quick Time Player.